Tornando a noi

Quella sera, mi ero detto che avrei scritto. Avrei acceso la stufa, avrei cercato la lampada, e col lume ritrovato avrei svegliato dal lungo sonno i personaggi, alcuni con mezza testa o senza un braccio, o nudi in un bosco; avrei soffiato via la polvere dagli appunti; avrei inchiodato il soggetto alla santa maledetta carta. Sarei andato avanti

e poi mi scrivevano donne a cui avevo lasciato il numero: e io rispondevo. Poi finiva il tè, e poco dopo la legna nella stufa, e le scorte andavano ripristinate. Mi prudeva un ginocchio, e andava grattato. O mi accorgevo che una latta di vernice era finita troppo vicino al fuoco, e quindi la spostavo. Iniziavo un paio di capitoli di un romanzo che avevo tenuto da parte per una serata noiosa; ad un tratto, mi ricordavo del programma, e lo chiudevo. Lo stomaco bruciava piano, come quasi sempre avveniva; qualche biscotto e dell’acqua avrebbero fatto al caso mio, pensavo, e così andavo a prenderli. Costruivo poi una sigaretta per mettere il cappello alla merenda – i fumatori sanno di cosa parlo – e uscivo dal capanno. Quando svoltavo l’angolo e arrivavo sotto al portico, davanti a casa, il cane era perfettamente adagiato sul suo eterno materassino, dalla coda fino alla spalla: la testa, invece, col corredo di un orecchio penzoloni e di uno aderente, era alzata e impensierita da quel rumore di passi in piena notte. Al vedermi, si rilassava visibilmente, pareva dire, perbacco, ma potevi dirlo che eri tu, e riabbassava la testa e si stendeva per bene come un’odalisca di Ingres. Quella configurazione chiamava maledettamente una carezza, non c’è bisogno di dirlo; andavo quindi ad accosciarmi poco dietro di lui (lui o esso?), e gli passavo più volte, con dolcezza, la mano aperta sulla liscia pelliccia delle guance e del collo, per un reciproco supplemento di quiete. Saggiavo con le dita il velluto delle orecchie, o la seta del muso, e qui e là gli somministravo due o tre leggere pacche sul ventre, che lui prontamente interpretava, interessato com’era al perpetuo argomento, come un suggerimento indiretto, e quindi si passava abbondantemente la lingua sulle labbra e faceva l’atto di masticare; come a dire che uno spuntino, giunti a quel punto, non sarebbe stata una cattiva idea. Quando però vedeva che non accennavo ad alzarmi e a camminare in direzione della ciotola, si rassegnava, con un grosso sospiro, e sembrava tornare a godersi la cuccia; io ricominciavo il trattamento delle carezze, e intanto magari guardavo al fondo del giardino, dove la quercia lasciava cadere con piccolo costante strepito le sue ghiande, che il gatto probabilmente intercettava, generando altri strepiti e fruscii e rintocchi di bacche sul tetto della legnaia, altri schiocchi di ramoscelli nel buio prossimo alla siepe. Lo sguardo passava spesso sul cancello che avevo verniciato da poco, sui lavori ancora da fare, sugli alberi potati sulle cui ferite non avevo spalmato il mastice. Quindi mi alzavo, per avvicinarmi all’oggetto del mio sguardo, e sotto i passi lenti il selciato suonava vuoto, qui e là, nei punti in cui le radici dei tigli ormai trentenni avevano lavorato e scavato e allargato per rubare altra acqua e altro spazio. Quel suono di vuoto mi ricordava del tempo, il tempo che era passato e che stava passando anche in quel momento. E sulla carta non era finita nemmeno una parola.

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L’involontariato

Nonostante tutto, o tutto ostante
Rimane quella difficile a comunicarsi,
Contagiosa grammatica delle ombre
E dei barbagli, poesia.

i nuovi credenti

Oscillano tra gli scaffali sotto aureole di neon a cinquemila kelvin – e se il farlo non tradisse una sazietà quasi carnale, socchiuderebbero gli occhi a lungo per meditare sul brivido profondo che quella collocazione luminosa produce; si soffermano a esaminare le etichette delle confezioni di fragole, soppesandole, valutandone le distanze all’interno delle vetrinette di plastica, sempre elegantemente diffidenti, sempre intimamente fiduciosi; cambiano corsia, piano, con garbo, dispiacendosi profondamente se col loro pur ordinato vagabondare turbano le traiettorie degli altri. Scivolano con destrezza lungo i corridoi, senza urtare nessuno. Il loro volto si rannuvola, se nel corso della settimana qualche mutazione nella disposizione dei prodotti è avvenuta – quel bell’equilibrio di colori tra le buste dei cracker non si ripeterà mai più; una parte minima di loro ipotizza in quelle occasioni un cambio di ipermercato, di centro commerciale – un viaggio in cerca di nuovi colori, nuovi lidi, nuove testimonianze di ordine e di bellezza: ma il loro senso dell’ordine è anche spirito di corpo, non tradirebbero mai, perciò quel virgulto di rivoluzione viene rapidamente e silenziosamente mondato dalla forbice dell’abitudine.
Sono vagamente pallidi, perlopiù impiegati, qualcuno con attività sociali, volontarie, tiepide, nel carnet. Sono i nuovi credenti. Il mondo è diventato abbastanza innocuo da permettere che nascessero. Single o in coppia, ma mai in squadre. Faticano a uscire dalla dipendenza, e si crogiolano nelle ricadute. (…)

La novella (stralci di prosa)

Rimane allora sdraiata, com’era prima, e in piscina, com’era prima, e vestita solo del costume, com’era abbigliata prima della novella; e, tesa, rimane a offrirsi alla luce paradossale, col petto oliato oscillante sull’arco della giovane schiena; a sentirsi come attraversare da una grande struttura di cemento caldo, come il cantiere di un palazzo al sole, sentirsela passare tutta, in ogni parte, ogni vite delle casseforme, ogni seme di ghiaia, ogni crosta sabbiosa di betoniera o di carriola, ogni chiodo, cazzuola, tenaglia, ogni cuneo, pietra, rivetto; ogni laminato, ogni truciolo, ogni imballaggio crepitante, ogni spuma di cicca che stinge nei rivoli di calce. Una cattedrale civile passante per il petto soave, tra i seni timidi, tra il turchese del due pezzi, i filetti di tessuto sintetico.

Religioni del tempo

Quando ciascuna cosa diceva il suo nome
Ed ogni gioco era
O mancino o dritto
E la freccia del tempo non era appuntita né di fretta
E le sere dell’estate si spegneva la radio, si pregava
– eravamo usi a rimettere l’orologio al cuore –
In strada il borbottio degli anziani si mischiava ai motori distanti
Esistevano Adolescenze più alte
S’era nella contrada natìa

Mangiavamo
il mistero

Poi la candela, soffiata,
E il sonno.

Requiem la notte (leggendo “La Città di Ghiaccio”)

Hanno visi di castagna / col taglio del sorriso / qualcuno saluta col cappello / un sacerdote si sbraccia / un mulo, tavoli, ragnatele di lampadine / neve come una malattia come una febbre bianca / ovunque / nelle tasche nella testa nella faccia / le gambe d’elefante il feltro / dietro hanno sul lungo / a mezza costa anomali spiriti grigi / spiritose vestigia fotografiche / inquietudini alpestri / miliardi d’anni tossiti dalle bocche / miliardi d’anni montati a neve tra le dita / quota ottanta baraccamenti come funghi sbiancati / Si smantella una cima, / s’intonfa una grotta, / dal sommo scendono morti / due compari, un cane, un cappotto.

Esequie marinare

In testa ogni tanto ho il sogno di qualcun altro,
E tu sei nel sogno,
Il pavimento è lustro, granito
E tu sei nel sogno e indossi solo la gonna a pieghe
E le finestre sono aperte alte sul quartiere antico e gli uccelli chioccolano
La gonna a pieghe per scherzo e fumi su una sedia accosta alla finestra
Paiono assonnati, e c’è una cena prenotata
In un ristorante laggiù nel fresco
Ora che stanno lanciando il lino bianco sui tavoli, uno dopo l’altro
Trenta allegre
Esequie marinare
E io non sono io,
Ma tu sei tu
Com’eri prima di me
E fumi per scherzo seduta alla finestra
Il viso ti sale dal buio come il dottore nella Ronda di Notte
E nel sogno che non è mio
Io mi alzo e rimango seduto
Mi alzo e vengo a baciarti
Rimango seduto e ti guardo
E non sono io
Mentre tra i tavoli garriscono delfini
I camerieri salutano un fischio breve uno lungo
Le salme fluttuano s’inabissano tra i fasci di grissini
Gli uccelli chioccolano sembrano
Assonnati